Quel “non ancora” del presente
Educare alla significanza
DOI :
https://doi.org/10.57609/paideutika.vi35.2173Mots-clés :
esilio, poetico, speranza, dis-nascere, sensoRésumé
Le retoriche di un’educazione dispersa e confinata ai margini dell’epistemologia sono poste ora di fronte alla necessità di allontanarsi dall’interrogare (solo) le forme e le specificità delle proprie domande. La dimensione dell’imprevisto, il necessario ripensamento della rappresentazione del futuro e gli scenari che paiono privi di orizzonti hanno riportato le questioni di senso a farsi urgenti. Il rischio di rispondere per vie esclusivamente teoriche o di chiudere le domande è di perdere quel carattere di bagliore del ricercare, nonché la significatività poetica di un evento che “ci fa segno e ci attende” (Deleuze, 1973, p. 134).
La figura dell’esilio, che ci allontana dal noto e dall’ovvio e ci permette di rinominare, di agire, di dar forma e direzione può essere, insieme al gesto poetico, una via di accesso al senso (Nancy, 2017) che, per divenire progetto, ha necessità di un’educazione che sia nutrita da un logos sensibile, da un’educazione che non sia priva di mondo. E di speranza.
Una filosofia dell’educazione attenta all’esperienza estetica, considerata come “rottura dell’insignificanza” (Bertin, 1974, p. 217) e come vissuto che ci lega ad un linguaggio capace di “ridire e rifondare il mondo” (Cambi, 2010, p. 137), è portata a confrontarsi con situazioni che rivelano ansie di profezie, paralisi della storia e della narrazione e a costruire esperienze che consentano allo spazio poetico di divenire poietico, parlando parole “cariche di intenzione” (Zambrano, 2004, p. 29).
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