Discreti e vertiginosi gesti di rimpatrio
Il tratto dell'esilio come grafia dello stare
DOI :
https://doi.org/10.57609/paideutika.vi40.8236Mots-clés :
riserbo, scrittura, rimpatrio, esilio, vertigineRésumé
La figura dell’esiliato che si intende delineare non ha i tratti del dissenso. È, semmai, quella di chi prende dimora e rifugio nel proprio sentire e nella ricerca di un senso che reclama l’urgenza di intrattenersi con ciò che è essenziale alla coscienza. Dallo strappo della separazione può derivare la sosta sulla linea del bordo: è lì che, con laborioso riserbo, il pensiero e l’esperienza dell’esule può scrivere, sempre e di nuovo, il disvelarsi ed il farsi di quei nessi tra formazione e cultura da cui, per Erbetta, prende vita l’idea stessa di educazione come esperienza vissuta. È nella mancata appartenenza, nello stare tra, senza fughe o vanti oppositori, che si può trasformare l’esilio in metodo di ricerca, facendone un pensoso interrogare la formazione di sé, la formazione delle relazioni e dei loro contesti; ciò passa attraverso il compito etico assunto e restituito alla scrittura come luogo, pratica e possibilità di coraggiosi, seppur discreti, solenni, seppur silenti rimpatri.
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